Riusiamo l’Italia: l’opinione di Giovanni Campagnoli

By maggio 15, 2015CoMantova

Riusiamo Italia da spazi vuoti a start-up

Tra le molteplici fotografie che possiamo fare del nostro paese, c’è anche quella di una mappa da nord a sud che un po’ preoccupa e un po’ entusiasma. È quella degli spazi abbandonati, di tutti e di nessuno, anche quando sono in mano allo Stato o a proprietari che non ne sanno immaginare un futuro. Giovanni Campagnoli è partito dalla voglia di capire cosa accade ai luoghi in disuso, o cosa è già accaduto là dove un semplice spazio è già diventato progetto, impresa, futuro. Ne è nato il road-book Riusiamo l’Italia – da spazi vuoti a start-up culturali e sociali (Ed. Sole24Ore), che in aprile ha presentato anche a Mantova, in Santagnese10.

La sua è un’interessante lezione di impegno civico e senso critico, soprattutto nella valutazione di quanto la nuova vita di un bene abbandonato ci arricchisca non solo risparmiando su nuovo e inutile consumo di suolo, ma anche nell’immaginare come uno spazio possa rispondere a bisogni di incontro, condivisione e realizzazione spesso accantonati, in assenza di una “sede” che li renda possibili. Ci sono 5 milioni di case vuote in Italia, e due milioni e mezzo di spazi – ex fabbriche, capannoni, opifici che tutti insieme equivalgono ad una superficie pari a due volte e mezzo la città di Roma – che vivono un oblio urbanistico e sociale.  «Vengo dal mondo delle politiche giovanili – ha spiegato Campagnoli – e vedo una dimensione integrata dal desiderio da parte dei ragazzi di oggi di lanciarsi in queste nuove avventure: se le istituzioni guardano dall’altra parte e non cercano soluzioni, i giovani invece osservano gli spazi, immaginano le loro idee prendere forma, pensano a come potrebbero farlo per far diventare quell’attività un lavoro». E in cosa si trasformano? «Diventano co-housing, foresterie, ostelli, FabLab, ma anche sale cinematografiche, gallerie non convenzionali, luoghi di esposizioni, addirittura skate-park al chiuso, come l’esperienza di “Krapannone”, che è partito da un’analisi della diffusione degli sport sul web, sulla potenza dei linguaggi multimediali di oggi e sulla necessità di un luogo d’incontro. E infatti è un successo».

Tutto stimolante, certo, ma è normale chiedersi anche: dove troviamo le risorse? «Quello delle risorse è il tema centrale – continua l’autore – ma dobbiamo anche capire che oggi le risorse non è che non ci sono, sono anzi diversamente distribuite. Siamo abituati a pensare sempre all’ente pubblico come soggetto erogatore di soldi, ma non pensiamo mai che gli spazi stessi sono beni che potremmo usare come garanzia, come patrimonio. Spesso il prestito iniziale è solo la benzina che serve per iniziare a generare altre risorse. E’ finita l’epoca in cui si percepisce lo Stato come un bancomat perché qualcuno faccia cultura: il bene comune lo si fa con la gente comune, bisogna chiedersi quindi se e come, un po’ alla volta, riusciamo a generarle. Ci sono luoghi in cui per ogni euro investito se ne sono generati otto volte tanto». In Italia però bisogna ancora fare, come sempre, molto: ad esempio, dal punto di vista burocratico, perché sono 11 i permessi che si devono ottenere per aprire un piccolo locale dove fare musica, ma sono meno se decidiamo di aprire un negozio di armi. Ma qualche piccolo segnale di un cambio di passo, Campagnoli lo vede: «ad esempio, c’è un articolo intelligente, il n.24, nello Sblocca Italia: è quello che rimarca l’idea anglosassone dello stato che può liberamente assegnare spazi a singoli cittadini o associati, purché venga garantita la funzione sociale. Immagino come sarebbe se potessimo mettere sul mercato quote sociali per fare investimenti minimi ma importanti: diventeremmo davvero competitivi».

Valeria Dalcore

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